Cultura Modica 15/03/2017 11:08 Notizia letta: 1166 volte

Ignazio Iacono, storia del Caffè dell'Arte

Modica, la bassa, la barocca, la dolce
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Modica - Modica capitale della Contea, la bassa, la tardobarocca ma anche Modica la dolce. La città del cioccolato azteco, dei biscotti con la carne, dei torroni arabeggianti e delle ricette insaporite di storia e tradizione. Dal 1967 in pieno Corso Umberto, all’ombra di San Pietro e alle spalle di chiese rupestri, al Caffè dell’Arte il signor Ignazio Iacono attrae tutti con le sue dolci tentazioni e una storia da pasticcere lunga 63 anni.

Da quando fa il pasticcere?
Era il 1954, non mi piaceva granché studiare, i miei genitori dicevano che se non mi fossi impegnato di più sarei dovuto andare a lavorare in campagna. Un giorno, tornando da scuola verso casa, mi fermai davanti al più importante bar di Modica, il Caffè orientale, qui al corso: rimasi incantato da quel cameriere così elegante, sempre col frac, le ghette e i guanti bianchi, che si aggirava tra i tavoli e pensai che se proprio dovevo lavorare, almeno avrei scelto io dove. Così entrai, mentii sulla mia età e mi presero! Poco dopo capirono che avevo solo undici anni ma non mi mandarono via, anzi mi permisero di finire la scuola. Mi affascinava molto la preparazione dei dolci quindi preferivo il laboratorio al banco.
Rimasi lì fino al 1961 quando con un’altra bugia, stavolta a mia madre, inventai che avevo trovato lavoro a Roma e partii. In realtà non avevo altro se non l’indirizzo di una pensione che mi era stata consigliata: appena arrivato regalai ai proprietari le focaccine che mia madre mi aveva preparato per il viaggio e così si istaurò subito un ottimo rapporto. Il giorno dopo il proprietario mi presentò a un suo amico che aveva una pasticceria e questo mi prese. Si lavorava giorno e notte perché rifornivano di cornetti e briosce tutti i bar della zona: lì sono cresciuto tanto, ho scoperto il mondo della lievitazione, che non ho mai più lasciato. Quando tornai da Roma, lavorai per un po’ a Modica alta ma presto mi misi in proprio: aprì con mio cugino la “Dolceria La Madonnina” in viale Medaglie d’oro, dove preparavo biscotti, pasticceria e cioccolata ma presto però capì che la città aveva un’esigenza precisa. Si chiedevano rustici per i ricevimenti dei matrimoni, che all’epoca si svolgevano nelle sale parrocchiali. Così cominciai a preparare arancine, pizzette, cornetti salati.

Quando nacque il Caffè dell’arte?
Nel 1967 vendetti la mia parte a mio cugino e aprì il laboratorio in via Grimaldi (alle spalle dell’attuale negozio, nda): non avevo grandi somme ma i rappresentanti mi conoscevano bene e mi diedero una mano, pagai solo un acconto e l’attrezzatura arrivò subito. Nella dolceria lavoravo giorno e notte: avevo un tipo di lievitazione unica, rifornivo sia i locali che i privati e in più continuavo a produrre rustici per i matrimoni. All’inizio mi dava una mano mia madre, poi un giorno entrò una bella ragazza con un tailleur rosso a comprare dei biscotti: nel 1970 Gina divenne mia moglie e da allora si occupa delle vendite. Negli anni ’70 i rustici non bastarono più, erano cambiati i tempi e ai matrimoni si richiedevano pranzi veri e propri, così mi lanciai in un nuovo progetto: non era facile cucinare per trecento persone ma mi organizzai bene sia in cucina sia per tovagliato, sedie, tavoli e posate. Tenevo tanto a ogni dettaglio: all’epoca i camerieri erano improvvisati, così contattai un mio amico cameriere professionista che lavorava nella sala trattenimenti di Dipasquale a Ragusa e lui chiamò alcuni colleghi. Il primo trattenimento fu a San Pietro, alla fine ci spingemmo fino al castello di Portopalo. Andammo avanti così fino al 1975 circa: poi cambiarono nuovamente i gusti, sempre più gente preferì le sale trattenimento e nel frattempo era cresciuto il lavoro in negozio, che avevamo ingrandito nel 1973, prendendo in affitto il locale attiguo, con accesso al corso. La dolceria cambiò nome solo nell’85 quando andammo dal notaio per costituire la società e sua moglie propose “Caffè dell’arte” perché capitava spesso che artisti locali esponessero da noi. All’inizio non mi piaceva granché ma poi cominciò a suonare bene! Oggi continua ad essere a conduzione familiare: mia moglie alla cassa e due dei miei quattro figli, tutti cresciuti qui, si occupano del banco, Daniele, e del laboratorio, Aurelio.

Quindi dagli anni ’70 si è dedicato alla produzione dolciaria?
Non furono anni semplici, nel 1977 rifecero il Corso e non entrava nessuno. Fortunatamente il caso volle che nel 1976 avessi comprato uno dei quaranta appartamenti di Baia Saracena a Sampieri. Il costruttore era milanese e a parte un paio, tutti gli altri acquirenti erano imprenditori del Nord. Si organizzò una cena e chiaramente io portai i dolci, che riscossero un successo tale che uno dei commensali mi ordinò un vassoio con biscotti e cioccolata da portare in azienda, che fui ben lieto di regalargli. Era l’amministratore della Fernet Branca: in poco tempo mi ordinò 650 “pacchi d’oro”, su cui feci scrivere “prodotto e confezionato dalla Dolceria Iacono per la Fernet Branca”. Poco dopo anche gli altri inquilini fecero lo stesso e fu così che partirono quattordici quintali di dolci modicani per Milano. Era un ordine enorme e volevo seguirlo personalmente così partii anch’io col camion e, visto che c’era spazio, portai su anche arance e mandorle che regalai alle aziende e che furono poi molto apprezzate dagli operai a mensa!

Qual è il segreto di un’attività lunga 63 anni?
La serietà. Bisogna essere seri nella qualità dei prodotti, nella scelta delle materie prima, nel servizio (i clienti vengono qui a distendersi, si aspettano un sorriso), nei prezzi che devono essere uguali per tutti, mai maggiorati e sempre chiari. C’è tanto lavoro dietro, ancora oggi vengo qui ogni giorno alle 5.30 del mattino, e poi bisogna amare quello che si fa: l’ingrediente segreto di tutti i miei dolci è un pizzico d’amore.

La Sicilia

Anna Terranova
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